Chi visita Catania e, passeggiando e godendosi la via Etnea – col suo selciato lavico, i suoi bar coi tavolini sui marciapiedi e la veduta del vulcano… Signore della suddita Città, le sue eleganti botteghe di moda e le facciate delle ricche chiese e dei bei palazzi, anche questi di nera pietra dell’Etna -, giunge, alfine, in piazza Duomo e, davanti alla splendida Cattedrale (sublime opera di G.B.Vaccarini) scopre un incredibile monumento raffigurante un elefante troneggiante nel bel mezzo della vasta area (adorna anche della fontana in marmo bianco opera di Tito Angelini e dedicata al misterioso dio fluviale Amenano).
Un elefante in Sicilia?, a Catania?, come mai? Chiedendo ai cittadini, il turista, specie se straniero, resta più confuso che persuaso, ottenendo solo un’evasiva risposta: “ ‘u liafanti? (in lingua siciliana), ‘u liotru? (in dialetto catanese), che beddu!, nun’è daveru?! E basta: purtroppo. Perché i Catanesi, per la maggior parte, non sanno né il perché del monumento al pachiderma, né perché si chiami “liotru”. Ma io, allora, che ci sto a fare in questo libro-guida? EccoVi allora la spiegazione dei due arcani.
Prima di tutto, si sappia che in Sicilia, in epoca preistorica, viveva una razza di elefanti nani e che la leggenda narra che uno di questi elefantini (il diminuitivo non per sminuirli, specialmente il nostro ch’era valorosissimo, ma per non ripetere “nano”, parola che si associa a deforme), che aveva scelto come sua dimora la “piana di Catania”, non potendone più di doversi sorbire le lamentele dei Catanesi, che non potevano fare un passo senza rischiare la pelle, imbattendosi ad ogni pie’ sospinto in animali feroci e carnivori, e desiderando anche lui di recarsi indisturbato al “chiosco” di bibite (che a Catania è una vera e propria istituzione) per sorbirsi in santa pace, intingendo la proboscide, uno squisito “latte di mandorla”, o un sublime “caffè freddo e granuloso”, o una ghiotta “granita di limone o di gelsi neri”, un bel giorno – non si sa bene se di mattina presto o al tramonto – si appostò sulla riva del fiume Simeto (e un altro giorno forse anche del Salso) e quando le bestie feroci, per sciacquarsi la bocca prima del pasto sanguinolente, o sazie di poveri catanesi dilaniati, s’appressarono all’acqua fluente, menando la forte proboscide e sfoderando le micidiali zanne, ne fece vera e propria “minnitta”, cioè strage. Con ciò, meritandosi applausi scroscianti, una vera e propria “standing ovation” da parte del popolo finalmente in salvo, la cittadinanza onoraria da parte dei governanti e una tessera che da allora in poi gli dava diritto a tutte le consumazioni gratis nei “ciospi” (o chioschi anzidetti). Questo il mito introduttivo.
Successivamente, tramontata la preistoria e albeggiando la storia, cioè in quel lasso di tempo in cui i contorni non sono ancora ben definiti, per cui non si può certo collocare un avvenimento in un periodo preciso, definendolo storico, ma ci si deve accontentare di vederlo ancora avviluppato nella “placenta” mitica, avvenne che a Catania sortì un mago di nome Eliodoro (in catanese Eliotoru) che faceva le sue stregonerie spostandosi da un punto all’altro della città a dorso di elefante …volante, datosi che anche questa sua cavalcatura era magica.
Questo “mavaru” (per dire mago in catanese, al fine di dar modo ai forestieri di gustare un po’ di colorito vernacolo, oltre alle squisitezze culinarie), difendendo i poveri e i deboli, aveva in odio i riccastri e i prepotenti, fra i quali, ovviamente e come sempre, i governanti cittadini, per cui, per esempio, una volta ordinò all’elefante di svuotare i visceri diritto sul balcone del sindaco, mentre questi concionava i suoi elettori, un’altra, fece inzuppare di piscio elefantiaco l’elegante prima cittadina fresca di bagno e di parrucchiere; ancora, tramutò i cavalli della carrozza del senato in topi di chiavica, altra volta, durante l’annuale elegante ballo delle debuttanti, tramuto le deb in scimmie lascive e i cavalieri in mandrilli con enorme scandalo; s’intrufolò, perfino, negli affari degli affaristi facendo crollare la speculazione edilizia dei palazzinari, con l’infestare le ville costruite abusivamente sulle rive del bel Lago di Nicito di assordanti rane gracidanti e grossi rospi ributtanti; e così via. Eliotoru venne, perciò, più volte processato e condannato al carcere duro e addirittura a morte per lesa maestà, ma inutilmente perché immancabilmente veniva salvato dal suo elefante volante o la faceva franca con uno dei suoi mirabolanti trucchi.
Più tardi nel tempo, avvicinandosi sempre più e meglio delineandosi il periodo storico, però, il nostro mago s’imbattè in un nuovo più temibile – risultato, di poi, persino invincibile – avversario: il Vescovo Leone, che impressionò i Catanesi più pii, cosicché le scorribande di Eliodoro furono applaudite meno, non solo, ma anche con l’aggiunta di un vago senso di colpa –tutto cristiano e fino ad allora sconosciuto ai pagani: il Taumaturgo, infatti, era un vero Santo, di quelli riconosciuti direttamente dalla gente. Per un po’ il Mago continuò a disturbare le processioni e i sermoni del Sant’Uomo, ma quando s’avvide che i suoi scherzi grossolani e i suoi trucchi per distrarre i devoti sortivano addirittura l’effetto di mettergli contro i fedeli, alle strette, ne pensò una delle sue, addirittura la più strabiliante: suscitando un’ indiavolata orchestrina, invitò il vecchio Vescovo a ballare con lui per ridicolizzarlo: -“Padre nostro” venga a fare quattro salti per il divertimento della gente, “Santo padre”, suvvia non stia a farsi pregare…. – Miscredente che sei, non chiamarmi col nome del Padre che sta nei Cieli, né con quello del Papa, chiamami semplicemente Leone, anzi non chiamarmi più, dato che accetto il tuo invito alla danza, eccomi…. Il Maliardo restò sconcertato, proprio scombussolato per la sorpresa e, …allacciando alla vita il buon vecchio e accingendosi alla danza, gli disse: – Padre io non ho nulla contro di Voi, anzi V’ammiro per le opere sante in favore della povera gente… – Neanch’io,caro discolo figlio, ti sono contrario perché so del tuo continuo aiuto ai poveri e del tuo sommo disprezzo per gli intrallazzi dei potenti…- Ma allora, Padre, perché?… – Perchè, perché io sono venuto anche per abbattere i falsi idoli; no, non t’offendere, tu non sei falso, ma sei pagano ed è l’ora che il Cristianesimo seppellisca il paganesimo e chissà che con la Croce non si vinca finalmente la battaglia della Giustizia e che l’Amor di Cristo non dilaghi finalmente anche nei cuori più aridi; perciò io ti devo…bruciare…, si lo so, è spiacevole, ma serve a far chiarezza, dando il segnale del cambiamento dei tempi. – Ahimè, Padre, potrei forse ribellarmi, ma convengo di avere finora conseguito solo scarsi risultati e che l’ingiustizia impietosa continua a dilagare…, e sono stanco …e scoraggiato e, …perciò, m’arrendo; stimo, peraltro, inutile convertirmi, oltrecchè dannoso alla mia immagine e al mio ricordo nella posterità: perdonatemi la vanagloria; m’arrendo e mi consegno nelle Vostre mani benedette, chissà che davvero la Croce di Cristo non faccia il miracolo più grande. Però, Padre Santo (lasciateVi pure chiamare così, tanto sapete anche Voi che sarete fatto Santo), fatemi una grazia: fate che, esaurito il rogo delle mie carni pagane, il mio elefante succhi con la proboscide le mie ceneri conservandole nell’urna di pietra del suo ventre. Non voglio, infatti, finire disperso ai quattro venti e voglio, anzi, restare a Catania, sempre vicino ai miei amati concittadini. – Te la concedo volentieri e, per di più, in segno della mia stima e apprezzamento per il tuo sacrificio, sai che ti dico, figlio caro e ubbidiente? Lascerò scritto che il tuo elefante di pietra, contenente la tua polvere mortale, sia collocato su un piedistallo proprio di fronte all’ingresso della Cattedrale che sarà dedicata alla vergine martire Agata, cosicché io e te, potremo – seppure in segreto e nottetempo – anche consigliarci ogni volta che ci sarà bisogno per aiutare i civitoti, …di rinforzo a Sant’Agata.
Così avvenne. Cosicché, da allora, i Catanesi (esempio eclatante di sincresi fra paganesimo e cristianesimo), transitando per piazza Duomo, bisognosi sempre d’aiuto (una volta per proteggersi dal terremoto o dalla lava e un’altra dal malgoverno o dalla delinquenza) con la mano destra si fanno il segno della Croce, guardando la Chiesa, e con la sinistra toccano il deretano al Liotru: che è il nome col quale viene appellato il caro elefante: dalla storpiatura dialettale del nome (E)liot(o)ru.
Gaetano B. G. Mustica
Inserito da Maria Ausilia Gulino - 943 letture -Termini legati all articolo: catania, gaetano mustica, l'elefante di catania, liotro, u liotru, via etnea
